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Il diario di Marco | Il diario di Stefano




Il diario di Marco

Appena tornato dalla Palestina, mi ha fatto molto piacere che mi si chiedesse di raccontare della nostra esperienza da un punto di vista personale: non aspettavo che questo!
Inoltre, se è vero che già normalmente non maneggio con piena padronanza certe categorie filosofiche del pensiero e della politica, in questo caso sono ben contento di potermene astenere, data la difficoltà di sviscerare le stratificazioni di un conflitto si può dire eterno e data la brevità della mia visita.
Come accennato in una mia precedente e-mail, la terra di Palestina ha colpito un occhio involontariamente 'morboso' - il mio - per la sua asprezza e per il suo trasmettere una sensazione di precarietà e di degenerazione, come fa il corpo vivente di un malato. La terra che tre monoteismi credono 'santa' mi ha colpito piuttosto perché carnale, secolare, lucida nelle forti emozioni e passioni che anima. Un genere di istinti e contraddizioni che ho trovato anche in me stesso - forse la mia parte peggiore, ma pur sempre parte della mia umana vulnerabilità.
Una terra e la sua gente, che mi ha affascinato per i tanti colori, usi e costumi: boccoli e pastrani, barbe e tafani, cappelli di pelliccia e veli, ma soprattutto occhi, sguardi dall'arancio al verde, dal blu al nero al giallo. Sguardi che si sono spesso posati su di noi, in maniera non velata ma nemmeno indiscreta; spesso sorridente e a volte divertita. Personalmente, mi ha toccato forte il contatto con la gente di Palestina, tanto con le vittime che con i loro carnefici, che ho voluto vedere come vittime anch' esse di un eterno gioco di ruolo tra cowboy e indiani, ossia vittime di un meccanismo perverso di costrizione delle individualità, una militarizzazione dei rapporti che non lascia scampo, in un quadro di ostinata occupazione militare, economica, sociale.
La tensione dell'emergenza nei rapporti ha colpito anche me e anche noi di queerforpeace: ogni riunione, ogni discussione era urlata, portata all' estremo nelle parole e nelle opinioni - queste ultime sempre, inevitabilmente nette e contrapposte. O bianco o nero ovvero - e questo mi succede anche in Italia - o pro-palestinese oppure, per sottrazione, pro-israeliano, quasi con piena rivendicazione delle pratiche violente ed omicide della parte 'prescelta'.
A me - cui piacerebbe potere avere un'opinione 'altra' rispetto a questa dicotomia, preme piuttosto raccontare di un'altra sensazione vissuta in terra di Palestina, quella 'del corpo in prima linea'. Il corpo ingaggiato in una quotidiana lotta - a partire dall'aeroporto Ben-Gurion - per potere esserci, potere vedere, potere parlare e poi raccontare - cioè sopravvivere. Allo stesso tempo, il corpo come strumento di approccio e conoscenza e idealmente - attraverso l'interposizione sessuale da me sperimentata - di avvicinamento e conciliazione dei due popoli.
Samér, il ragazzo palestinese gay che abbiamo conosciuto, mi ha detto - a tavola, poche ore dopo averci incontrato - di stare meglio con noi che con i suoi amici. Io ho raccolto in maniera fintamente disinvolta questa confidenza così spietata e l'ho confrontata con quella fattami da Eshel, poche ore prima: per lui, israeliano, era strano baciarmi sentendo intorno a sé voci in ebraico. Ancora una volta mi sono reso conto di come 'un gaio mondo' non sia solo possibile, ma addirittura urgente!
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Una volta tornato a casa, a Bologna, ho considerato per un attimo di non riprendere la mia vita usuale, di non vedere gli amici - per potere ancora soffermarmi a pensare all'esperienza vissuta, senza dovere affrontare, tutte insieme le loro domande.
Di ritorno da quel fronte, la protettiva familiarità delle retrovie mi è sembrata, per alcune interminabili ore, insopportabile, perché ipocrita. Quel conflitto nasce anche da noi, da un'Europa che ha sempre sostenuto la necessità di una riserva per quegli ebrei che aveva scomunicato, isolato, allontanato e infine sterminato. Quel conflitto siamo anche noi perché è immediato il rifiuto nei confronti di quella occupazione - noi vogliamo, altro: make love your only occupation!


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Il diario di Stefano

Ciao a tutt*, anch'io avrei voluto scrivere direttamente dalla terra santa, ma preferisco farlo ora mettendo assieme alcune parti delle esperienze vissute durante le due settimane in Palestina (faccio anch'io come il pilota d'aereo italiano che mentre stava atterrando a Tel Aviv ha detto: "Benvenuti in Palestina": non potrà più tornare in "Israele").
Questo mio messaggio si riferisce soprattutto alle esperienze vissute, toccate, sentite, in quanto tutto il materiale raccolto e gli appunti scritti durante gli incontri sono stati spediti per posta, per paura del controllo della polizia all'aeroporto. E' un messaggio piuttosto lungo, se vi va leggetelo un po' ogni tanto, grazie.
Volevo innanzitutto ringraziare tutto il gruppo "queerforpeace" per la loro simpatia e volonta'à, un grazie particolare a Massimo Mele per essere riuscito a contattare le persone specifiche per i nostri incontri. Magari se il progetto continua come tutt* noi speriamo ci divideremo meglio i compiti, anche organizzativi sul posto, cosa che a volte e' sfuggita a tutt* noi (io per primo).
Non voglio dilungarmi su come sono andati tali incontri e con chi abbiamo comunicato, questo perchée lo sapete già. Voglio invece raccontarvi spezzoni di esperienze che mi sono successi durante questa splendida missione. Io lavoro all'università internazionale delle istituzioni dei popoli per la pace (UNIP/IUPIP) di Rovereto, dove annualmente si organizzano corsi sui diritti umani e risoluzione nonviolenta dei conflitti. Durante questi corsi ho conosciuto attivist* israelian* e palestinesi. Due tra questi attivist* sono israelian*, ossia Gili e Yosef(a), ed è stata pura coincidenza che venissero al corso a Rovereto, che si fossero già messi in contatto con Massimo, che conoscessi anche una loro cara amica che è appunto anche amica mia Sarit di Londra. Cmq loro fanno parte del Black Laundry e sono delle persone splendide come tutte le altre persone dell'associazione che ho avuto il piacere di conoscere. A Tel Aviv ho conosciuto altr* attivist*, gente che vuole continuare a lottare per la fine dell'occupazione, ma anche altr* che non ce la fanno più e vorrebbero andarsene a vivere da un'altra parte. La vita nelle città israeliane continua normalmente, a tutt* noi è sembrato scioccante, pensando che a pochi km di distanza altre persone non sanno nemmeno se avranno un domani. Però questo mi ha fatto anche riflettere sulla nostra vita qui in Italia. Anche noi (sicuramente noi attivisti molto meno....) facciamo finta di niente (mi riferisco al sistema in generale), anche se appunto alcun* di noi reagiscono e lottano per un mondo migliore. Spero di riuscire sempre a contribuire nel mio piccolo.
Ho passato due dei miei ultimi giorni in terra santa tra Ramallah e Betlemme. A Ramallah sono andato a trovare Jihad Shomaly, un carissimo amico che ho conosciuto a marzo qui a Rovereto. Gli avevo già parlato di omosessualità qui in Italia. Mi ha sinceramente riferito che grazie ad una sua cugina che vive in Australia ha cominciato a capire che anche noi siamo esseri umani degni di vivere, suo fratello però, Jihad (palestinese non gay di origine cristiana di un paese vicino a Betlemme) mi ha riferito, se sapesse che uno dei suoi figli è gay lo ucciderebbe.... Jihad mi racconta di quello che ha sofferto con gli israelian*, le torture che ha subito, semplicemente perché lavora per Defence for Children International, sezione palestinese. Semplicemente perché e' èn attivista, un nonviolento. Qualche anno fa, per esempio, lo avevano costretto a stare dentro un muro chiuso senza luce con solo acqua per 12 giorni, con autoparlanti a tutto volume che emettevano op era, sì l'opera, considerata dagli ebrei musica colta, mentre gli arabi non conoscono musica colta (......), tutto questo perché volevano che firmasse una dichiarazione in cui doveva confermare che aveva istruito bambini ad usare armi contro israele ed a diventare kamikaze.... Jihad ha resistito, ha ripetuto che aveva fatto tutte queste cose ma non ha mai firmato, ha sopportato la semi rottura dei timpani, la merda ed il piscio che produceva, ma la sua volontà ha resistito e poi l'hanno dovuto liberare.
Jihad mi dice che è grazie a questa sua volontà che riesce ad andare avanti (lo stesso vale per gli altri e le altre palestinesi), dentro però è spento, sua madre mi dice che non vive più emozioni sue. La madre mi dice anche che la situazione d'ora in poi non potrà che peggiorare. Jihad non ha il permesso di visitare il suo paese nativo, non ha il permesso di partecipare a conferenze all'estero, vive in prigione e come lui molte altre persone che sicuramente soffrono anche molto di più .
A Betlemme vado da suo cugino, che lavora per un'altra associazione che si occupa sempre dei bambini, ma in maniera diretta, Alfred insegna i diritti umani a questi bambin* e ragazz*. Gli chiedo se ha incontrato bambin* gay. Mi dice di sì, ma che vengono però tenut* in casa (soprattutto i maschi effeminati). Alfred è il primo palestinese non gay che incontro e che ammette che c'è qualcosa che non va nella sua cultura, qualcosa che deve prima o poi migliorare. A Betlemme è in contatto con altri gay che non ho avuto il piacere di conoscere, Alfred mi ha detto che non l'hanno mai detto apertamente e che sono quindi spaventati. E' convinto che la società civile palestinese deve migliore, attraverso i diritti umani e il riconoscimento di tutte le sessualità, mi dice, come tutti gli altri, che è difficile, ma lui negli incontri con i bambini parla di sessualità, e' un ragazzo speciale; tranquill*, ha la ragazza, ma va benissimo cosi'. Forse riesco a farlo venire a Rovereto per il corso di settembre...
A Ramallah ho avuto anche la fortuna di conoscere il responsabile delle Nazioni Unite dei diritti umani per la Palestina. Una bella persona, ha invitato a pranzo me e Andrea di Roma e ha voluto sapere di più sulla nostra missione. Ha detto che vorrebbe aiutare la causa dei gay/lesbiche/trans palestinesi, ma non ne conosceva l'esistenza! E' incredibile ma vero. Allora gli ho raccontato cosa spesso succede ai gay e lesbiche palestinesi in quasi tutte le sfaccettature che abbiamo conosciuto. Ne è rimasto molto colpito. Poi ha cominciato a farmi domande sull'omosessualità, tipo: "Ma se vai con un uomo che non si definisce gay, lo contagi??" oppure "Dopo che sei stato con un uomo puoi tornare ad essere normale?" Con noi c'era anche sua moglie francese, scioccata anche lei dalle domande del marito, anche lei lavora con una ONG che si occupa di diritti umani. Era allibito, sembrava che avesse scoperto chissa' che cosa. La cosa sicuramente positiva e' che manterro' il conta tto con lui e che fara' in modo di aiutare le minoranze sessuali all'interno dei diritti umani nella futura costituzione della Palestina (ma ci sara' poi??).
Al check point di Betlemme io e Andrea facciamo la fila, i palestinesi fanno fila indiana, e vengono rimandati indietro uno ad uno. una coppia etero probabilmente americana dice: "noi andiamo insieme perche' siamo sposati". io do' un bacio sulla guancia ad Andrea e dico: "anche noi siamo sposati andiamo insieme". Nella fila c'era una signora palestinese cristiana che ha cominciato a dirmi: "Disgusting! You are disgusting!, where do you come from?" dico "Italy" e lei: "Too much freedom in Italy!! You are evil". Io le faccio presente che le cose che contano di più sono l'amore e la pace, con chi non importa, e lei: "only the holy love is important", il caro Andrea comincia a prendere posizione e dire che non è gay ma che l'amore non ha barriere. Alla fine lei continua la conversazione solo con Andrea....
Al posto di lavoro di Jihad a Ramallah parlo con i suoi colleghi e colleghe (tra cui 4 volontar* internazionali) dell'omosessualità nei territori (ed in Israele). Tutti allibiti. Jihad prende coscienza, conosce gia' Gili e Yosef(a), ma sono israelian* e per di più lesbica e gay, certo, gli vuole bene ma per lui è difficile. Dopo aver passato una giornata con me parlando del suo lavoro e della nostra missione capisce la gravità del problema. Due giorni dopo chiama Gili e le dice che non vede l'ora di parlare con lei e con Yosef(a). Gili (militante lesbica di Black Laundry) ne e' felicissima, mi chiama e me lo dice. Che bello. Nel nostro piccolo si sono fatti dei passi importanti. Ne sono molto felice.
Ora sono al lavoro, avrei voglia di mollare tutto, spesso l'ho fatto, e spesso mi succede, boh...
Restiamo in contatto carissime e carissimi, spero di non avervi annoiat*, vi voglio bene, Stefano