materiali > documenti

A quando il primo pride in Palestina?

Il programma dell'iniziativa
QueerForPeace
La situazione politica
Car* compagn*...




La situazione politica

Dall’inizio della seconda Intifada la situazione in Palestina è diventata drammatica e, secondo l’ONU, al limite della catastrofe umanitaria. Temi come la totale deportazione del popolo palestinese (transfer), l’eliminazione di tutta la sua leadership e la totale cancellazione della Palestina dalle carte geografiche sono entrate di prepotenza nell’agenda politica israeliana. Le stragi di civili, l’assedio delle città, il coprifuoco, la demolizione di case e l’assassinio di dirigenti politici sono diventate pratiche comuni nell’occupazione israeliana. Così come il sostegno alla politica degli insediamenti e, addirittura, il blocco delle missioni umanitarie.
La Palestina si trova oggi affamata e umiliata, stretta fra la morsa militare israeliana e il crescente sostegno alle formazioni islamiche che spingono alla guerra santa per la liberazione della Palestina e di Gerusalemme. Tali formazioni sono cresciute notevolmente nei sette anni seguiti alla firma degli accordi di Oslo. L’aver accettato lariduzione dello stato palestinese a dei bantustans, in cui l’ANP ha svolto essenzialmente compiti di polizia e di repressione, ha portato ad un sostegno sempre maggiore verso quelle formazioni che denunciavano apertamente la svendita dello stato palestinese, come Hamas o Jihad. E’ per questo che la nuova Intifada è carente di prospettive politiche, caratterizzata com’è da un feroce scontro fra le varie componenti, anche se le continue stragi e la violenza della repressione israeliana, hanno spinto la popolazione a stringersi attorno all’ANP e ad un Arafat assediati da mesi.
L’inquadramento della Palestina fra i sostenitori della guerra santa e del terrorismo internazionale, ha permesso a Sharon di inserirsi nelll’altra “guerra santa” - la lotta al terrorismo internazionale lanciata dagli USA dopo l’11 Settembre - ricevendo quindi carta bianca rispetto a metodi e finalità stesse della guerra. E’ per questo che le esecuzioni mirate, veri e propri omicidi, le stragi di civili e la distruzione di interi villaggi, come Jenin, non sono condannati dalla comunità internazionale come atti di terrorismo, ma come azioni militari di difesa, anche quando si tratta di vendette in seguito ad attentati.
Gli accordi di Camp David, salutati da molti come l’estrema concessione di un Israele magnanimo, rivelarono invece il vero spirito degli accordi di Oslo portando a termine quella politica dei Bantustans, già sperimentata nel Sud Africa dell’Apartheid, che avrebbe riunito le circa 200 aree a controllo palestinese della West Bank in tre grandi Bantustan (più uno piccolo a Gerusalemme est) completamente separati fra loro e dalla striscia di Gaza, in uno stato di totale dipendenza da Israele. Il logico rifiuto palestinese ha portato quindi all’abbandono di quella strada e ad una guerra aperta anche contro coloro fino ad allora utilizzati per garantire il controllo nei territori occupati come i leaders dell’ANP.
Il fallimento di quegli accordi, che portò poi Sharon e il Governo di unità nazionale alla guida di Israele, ha decretato la fine, almeno per ora, di qualsiasi percorso di pace.
La sinistra israeliana e il movimento pacifista si trovano stretti fra la paura generalizzata degli attentati (che spesso sembrano fare più il gioco di Sharon che non quello dei palestinesi) e la retorica della guerra santa al terrorismo che amplifica le paure e, soprattutto, l’odio verso gli arabi.
La recente rottura del governo di unità nazionale e il cambio al vertice del partito laburista sono però segnali positivi, ma saranno le elezioni di Gennaio a decidere il futuro di Israele
More infos: electronicintifada.net

Le azioni di pace
For fifteen months now we have been waiting for an international observer/protection force to be sent to the region to provide some kind of security for Palestinians. Every time one of the 32 people who were prevented from receiving medical treatment died, we called for international observers to be located at checkpoints to prevent the same thing happening again. As the Israeli army mercilessly shelled civilian neighbourhoods, opened fire - unprovoked - on children at demonstrations, destroyed acres of land and agricultural produce or invaded areas under the Palestinian Authority, we have called for an international protection force to be sent here. (Mustafà Barghouthi dic. 2001)

Ad un anno di distanza la situazione non è molto cambiata. La continua opposizione israeliana e USA all’invio di osservatori ha decretato una sorta di zona franca dove tutto è possibile e nessuna legge, tranne quelle israeliane d’emergenza, risulta più valida.
In questa situazione di stallo politico e di azione militare, associazioni e movimenti pacifisti internazionali si sono assunti l’onere del controllo dei territori con un continuo invio di attivist* da tutte le parti del mondo.
L’obiettivo della mobilitazione internazionale è semplice, nonviolento e pacifico: proteggere la popolazione palestinese attraverso la presenza di attivisti provenienti da tutto il mondo. Evitare le aggressioni sistematiche dei militari e dei coloni; esprimere solidarietà concreta alla popolazione palestinese e a chi, in Israele, si batte per la fine dell’occupazione; contribuire, nei paesi d’origine, ad una corretta informazione sulla situazione palestinese attraverso l’esperienza diretta e le immagini autoprodotte; dare, infine, un segnale politico internazionale a sostegno delle risoluzioni ONU e per l’invio di forze di interposizione che obblighino Israele a rispettare il diritto internazionale e mettere fine all’occupazione.
Le azioni di pace e la costante presenza di internazionali hanno ottenuto anche un altro importantissimo risultato: riportare parti della società israeliana e palestinese a incontrarsi, a dialogare e a lavorare insieme per la pace. La continua campagna d’odio e di vendetta che accompagna i due popoli si è fatta, negli ultimi anni, particolarmente oppressiva. Dallo scoppio della seconda Intifada i momenti di incontro e di scambio fra i due popoli sono notevolmente diminuiti. Non solo in campo lavorativo (in seguito al divieto di ingresso in Israele per molti lavoratori palestinesi come risposta agli attentati dell’ultimo periodo) ma anche in campo politico, culturale e, soprattutto, sociale, tanto da interrompere amicizie di lungo periodo.
Per queste ragioni, nel tempo, l’intervento internazionale si è fatto sempre più settoriale o, meglio, mirato. Una sorta di diplomazia dal basso che ha portato associazioni femministe, ecologiste, sindacati, studenti ecc. a farsi tramite fra associazioni e gruppi palestinesi e israeliani affini, per quella ripresa del dialogo e della collaborazione necessari per ricominciare a pensare un percorso di pace.
Vedi anche: www.palsolidarity.org

E’ in quest’ottica che si inserisce la proposta di un’iniziativa di pace GLBT in Palestina. Già da tempo una parte del movimento GLBT israeliano si è assunto questo compito inserendo il tema della fine dell’occupazione e la liberazione del popolo palestinese come priorità politica assoluta. (vedi il mio resoconto del Pride 2002 di Tel Aviv, in allegato)
Nel Pride come anche nella comunità GLBT la campagna contro gli arabi ha avuto molta meno presa che nel resto del paese. Nei pride sono pochissime le bandiere israeliane e pochissimi anche quelli che esprimono odio o paura verso la Palestina. Così come nei locali gay è ancora possibile trovare coppie miste o gruppi di amici israeliani e palestinesi. Difficilmente campagne razziste su base etnica e religiosa possono avere presa negli omosessuali, forse memori della millenaria persecuzione nei loro confronti. Certo con questo non intendo assolutamente dire che la popolazione GLBT sia impermeabile a qualsiasi tipo di condizionamento socio-culturale, né che al suo interno non siano presenti razzismo e discriminazione. Dico solo che sicuramente gay e lesbiche sono un terreno fertile per le politiche di liberazione, non solo quelle che partono dallo specifico sessuale.
Intervenire come movimento GLBT avrebbe molteplici significati oltre a quello principale della pace: sostenere e incentivare la socializzazione e il dialogo fra palestinesi e israeliani GLBT, inserirsi nel percorso di democratizzazione della Palestina portando avanti il tema dei diritti umani, mantenere alta l’attenzione e l’informazione sulla situazione in Palestina. Mentre in Israele il movimento GLBT ha ottenuto vittorie importanti (esclusa la lotta all’Aids che in Israele è ai livelli europei degli anni ’80/’90), in Palestina l’omosessualità è ancora totalmente tabù e non esiste alcun tipo di movimento GLBT. Anzi, nell’ultimo periodo, a causa dello stato di guerra continuato, la situazione per i gay è anche peggiorata, con internamenti gratuiti e totale silenzio sull’argomento. Secondo i rapporti internazionali l’omosessualità non è assolutamente contemplata nella legislazione palestinese, perlomeno non ai livelli dell’Arabia Saudita dove esiste la pena di morte o di diversi Stati USA, dove si rischia fino a cinque anni di galera per rapporti omo-sessuali. Ma il rafforzarsi delle formazioni integraliste (vedi sopra) certo non ha migliorato la situazione. Semmai ha contribuito ad un’interpretazione sempre più maschilista e autoritaria del Corano che, unita ad una mentalità militare in tempo di guerra, inibisce, anche violentemente, qualsiasi possibilità di discussione e di riconoscimento del diritto all’autodeterminazione individuale anche rispetto alla sessualità. Questo problema si presenta altresì rispetto ai diritti delle donne, troppo spesso, soprattutto ultimamente, valvola di sfogo delle frustrazioni maschili. Certo durante i periodi di guerra è difficile parlare di diritti umani, di diritti delle donne, di orientamento sessuale ecc., ma la guerra esiste per tutti/e; tutti/e possono morire da un momento all’altro, tutti/e subiscono soprusi, umiliazioni, torture, fame ecc., anche i gay e le lesbiche, che però l’oppressione e la violenza la subiscono doppiamente, dagli israeliani e dagli stessi palestinesi. No, la guerra non può essere un deterrente alle politiche di liberazione, anzi deve esserne un incentivo.
La presenza di pacifisti internazionali GLBT permetterebbe di sollevare il problema, soprattutto in considerazione della posizione privilegiata che i pacifisti internazionali hanno in Palestina.
Certo l’esperienza di un singolo non può essere paragonata ad un’iniziativa internazionale specifica organizzata come tale. Ma porre sullo stesso piano, quello dei diritti umani, la liberazione della Palestina e il riconoscimento del diritto al libero orientamento sessuale può sicuramente aiutare.
Altro punto: la pubblicità. Uno dei più grossi problemi per i palestinesi è quello di mantenere sempre viva l’attenzione internazionale sulla tragedia che stanno vivendo. Ma la quotidianità delle violenze e dei soprusi in tempi così lunghi diminuisce l’attenzione, l’interesse e, purtroppo, la solidarietà e la pressione sui propri governi. Mantenere sempre alta l’attenzione sulla Palestina rimane quindi uno degli obiettivi principali dell’intervento internazionale. Le notizie quotidiane di massacri, distruzione di case, bombardamenti di scuole non fanno più notizia perché sono diventati routine. Abbiamo visto invece che fatti simbolici hanno grande presa sull’opinione politica internazionale e possono creare forti movimenti di pressione, così come ci insegna la campagna per la raccolta delle olive.
E’ certo che una manifestazione internazionale GLBT, che unisca la liberazione sessuale alla liberazione della Palestina, avrebbe un’eco fortissima in tutto il mondo. Così come ha avuto grande eco lo scorso anno il primo Pride di Gerusalemme, svoltosi sotto la protezione della polizia per le proteste dei fondamentalisti soprattutto ebrei.

Quale tipo di iniziativa?
Organizzare iniziative specificatamente glbt in Palestina non sarebbe sicuramente facile, e limiterebbe la partecipazione ai glbt israeliani. Pensare invece iniziative diverse che si svolgano tra Gerusalemme e Ramallah ci permetterebbe di avere la sicurezza che almeno alcune di queste andranno in porto.
Credo che i due momenti principali dell’iniziativa dovrebbero essere la manifestazione a Gerusalemme, (perché non unendoci al Pride di Gerusalemme? ma questo dovrebbero dircelo i compagni/e israeliani) e un incontro ufficiale con dirigenti politici e rappresentanti di ONG palestinesi per inserire anche il tema dei diritti di gay e lesbiche nel progetto di liberazione della Palestina. Non penso che una tale azione sarà di così difficile organizzazione, soprattutto se riusciremo a puntare principalmente sulla pubblicità a livello internazionale che una simile azione avrebbe.
Inoltre, prendendo accordi con l’ISM o con altre organizzazioni che si occupano di azioni di pace, potremmo unirci per qualche giorno ad altre iniziative in diverse città palestinesi e partecipare come componente GLBT.
Il lavoro è molto e credo che per organizzare un’iniziativa per Giugno 2003 siamo già in ritardo. Visti i tempi potremmo puntare ad una importante partecipazione al Pride di Gerusalemme e in quell’occasione organizzare un incontro pubblico sul tema, per gettare le basi per un coordinamento internazione GLBT sulla Palestina.
Primo passo deve essere l’organizzazione di un coordinamento di persone e gruppi interessati. Il progetto è stato presentato anche al SFE di Novembre a Firenze, durante il seminario Gay Lesbiche e neoliberismo e successivamente inserito nel documento finale del SFE. In Israele i contatti sono stati tenuti con Black Loundry, associazione GLBT (vedi resoconto Pride), che aspetta qualcosa di scritto per poterne discutere nei particolari. Potremmo pensare ad una data nella prima quindicina di Marzo per un incontro,fisico per chi può o virtuale per chi è troppo lontano, per definire un documento ufficiale sul quale lanciare la proposta di un’iniziativa di pace internazionale GLBT. Pensavo che per il documento potremmo basarci sull’elaborazione del Black Loundry che si occupa già da tempo del rapporto tra liberazione GLBT e fine dell’occupazione e, non meno importante, vivono in Israele.
E’ necessario che ogni gruppo e associazione utilizzi tutti i propri contatti: associazioni, parlamentari, partiti, movimenti e singoli che possano aiutarci nel progetto. Inoltre sarebbe auspicabile la presenza di altri militanti GLBT che già sono stati in Palestina.


Massimo Mele
Movimento Omosessuale Sardo