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Il diario di Marco | Il diario di Stefano




10.06.2003

Partenza missione di pace gay e lesbica in Palestina
[comunicato stampa]

“Make love, your only occupation”
Martedì 10 Giugno una delegazione di gay, lesbiche e transgender partirà per la Palestina per una missione di pace.
Scopo della missione sostenere gli sforzi di chi, in Israele, si batte contro l’occupazione e la guerra e inserire la lotta per il diritto all’ orientamento sessuale e le identità di genere nella battaglia del popolo palestinese per l’indipendenza.
Dietro lo striscione “Make love, your only occupation” parteciperemo al Pride di Gerusalemme “love without borders”, il 13 Giugno, che si celebra, fra grandi difficoltà, per la seconda volta nella storia. Il primo tentativo. Lo scorso anno, fu una grande scommessa parzialmente riuscita, visto che solo grazie ad un imponente dispiegamento di forze di polizia il corteo è uscito indenne dalle contestazioni furiose di estremisti israeliani. L’elezione alla guida della città di un ultra ortodosso poi ha solo peggiorato le cose. Il Pride si può fare solo grazie all’imposizione del tribunale che obbliga il comune a pagare le spese dello scorso anno al Jerusalem Open House. Scommessa difficile dunque, soprattutto per via della scarsissima partecipazione al corteo e non certo per la paura degli attentati. Eppure qui si gioca anche la tanta decantata democrazia israeliana, troppo spesso confusa con il liberismo sfrenato di Tel Aviv, che però non rappresenta certo Israele e la realtà dei rapporti sociali in una società militarizzata e iperreligiosa. Eppure nell’ultimo periodo una strumentale campagna razzista portata avanti dai radicali italiani e da alcuni gruppi gay, ha cercato di contrapporre la totale libertà dei gay israeliani alla repressione palestinese, falsando totalmente la realtà. Rifiutiamo la lettura della realtà attraverso il filtro etero/liberista che impone una contrapposizione su base etnica, religiosa o economica. Noi preferiamo utilizzare un filtro queer che ci fa sempre stare dalla parte degli oppressi/e, siano essi/e palestinesi oppressi dall’esercito israeliano o gay e lesbiche israeliane oppresse dagli ebrei ortodossi, così come gay e lesbiche palestinesi oppressi dai fondamentalisti islamici. Ma è proprio in questa contraddizione che noi vediamo il legame delle lotte contro tutte le forme di oppressione con la più ampia lotta per i diritti umani e contro la guerra, che in Palestina si chiama occupazione, di cui la lotta di liberazione omosessuale è parte integrante. Durante la missione infatti incontreremo esponenti della società civile e politici palestinesi per discutere con loro di omosessualità, identità di genere e diritti umani e per proporre un progetto di cooperazione internazionale volto alla creazione di un centro di riferimento per gay, lesbiche e trans a Ramallah. Questo perché la lotta per l’indipendenza di un popolo è tanto più forte quanto più riconosce al suo interno il diritto all’autodeterminazione individuale anche in campo sessuale.
L’elenco di incontri in Palestina, ancora in fase di aggiustamento, è molto fitto e include, fra gli altri: Mustafà Bargouthi, coordinatore delle ONG palestinesi, Michael Tarazi, resp. Legale dell’OLP, esponenti dell’ università di legge di Birzeit, del sindacato palestinese e dell’università di Al Quds, oltre che rappresentanti di associazioni per i diritti umani.
In Israele incontreremo invece Michal Eden, cons. comunale del Merez a Tel Aviv e militante lesbica, Tamar Gozansky, ex parlamentare comunista della Knesset, Agoudàà la principale ass. glbt israeliana, il Jerusalem Open House, l’associazione glbt organizzatrice del Pride di Gerusalemme, il Black Laundry, movimento Queer contro l’occupazione e vari esponenti di associazioni e gruppi pacifisti e per i diritti umani.

Fanno parte della delegazione:
Massimo Farinella e Francesco Falzetta - circ. Mario Mieli,
Massimo Mele e Paolo Giuliani - Movimento Omosessuale Sardo,
Gianuario Muntoni e Claudio Casu - circ. Arci Borderline Sassari,
Renato, Marco e Cristian - Antagonismo gay di Bologna e Torino,
Antonella D’Annibale - circ. Maurice Torino,
Renato Sabbadini - Arci Gay nazionale,
Riccardo Bettini - Azione gay e lesbica Firenze,
Valerie - Movimento Italiano Transessuali (MIT),
Marco Sanna - circ. Arci Noir Sassari,
Helena Velena, Andrea Iannetta e alcuni altri/e singoli/e.

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11.06.2003

Tel Aviv

Ciao a tutt*,
vi scrivo da tel Aviv dove siamo riusciti ad entrare questa mattina alle ore 06:00 dopo poco più di un'ora di interrogatorio. Dopo esserci rimessi un po' in sesto abbiamo incontrato il gruppo queer del Black Laundry, per discutere degli appuntamenti dei prossimi giorni e preparare cartelli e striscioni per la manifestazione di venerdi a Gerusalemme. Durante l'incontro è giunta la notizia dell'attentato a Gerusalemme e della rappresaglia israeliana. Ci siamo subito attivat* per capire cosa stesse succedendo e quali conseguenze ci sarebbero state. Mentre scrivo ancora non è chiaro se domani i check point saranno aperti o chiusi e se quindi sarà possibile andare all'incontro con Mustafa Bargouthi a Ramallah. Alcuni di noi si sono resi disponibili a passare per i campi se ce ne fosse bisogno, ma abbiamo rimandato la decisione a domani, anche perchè fermamente sconsigliati dalla guida dell'ISM che ci organizza gli spostamenti. Il secondo gruppo arriverà a tel Aviv domani mattina e l'incontro è previsto a Gerusalemme alle h 9:00. Unico punto interrogativo è Helena Velena, bloccata ad Atene a causa del rinnovo passaporto (il suo scade fra un mese ma per l'ingresso in israele la validità deve essere di almeno tre mesi). Rimane confermato invece l'incontro alle ore 16:00 al Museum on the seam, con il jerusalem Open House, Amnesty, Black Laundry, Saal, il consigliere gay appena eletto nel comune di Gerusalemme, una deputata del Merez e diversi altri.
Così come rimangono invariati tutti gli altri appuntamenti, primo fra tutti la Pride Parade di Gerusalemme venerdi alle 12:00.
Cercheremo di scrivere ogni qual volta ci sarà possibile. Questo è il numero al quale siamo raggiungibili 0097255709487.
Ciao
Massimo Mele

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13.06.2003

Gerusalemme
[comunicato stampa]

Oggi doveva tenersi il glbt Pride di Gerusalemme ma è stato rimandato di una settimana in seguito all'attentato suicida di mercoledi. Nell'incontro di ieri con la delegazione di Queer for Peace gli organizzatori hanno spiegato la loro sofferta decisione.
La scelta del rinvio nasce dal sentirsi parte di questa città soprattutto in un momento di ritorno della paura e del dolore che ha colpito anche direttamente la Jerusalem Open House - organizzatrice del Pride - con la morte di uno degli attivisti.
è diffuso lo sconcerto generale per gli omicidi mirati dei giorni scorsi, che avevano come obiettivo il leader politico di Hamas, Rantisi. Questi atti rompono la tregua e di fatto contraddicono le dichiarazioni di Sharon, e scatenano una reazione palestinese che allontana dalla realizzazione della Road Map e accresce la crisi della leadership palestinese.
Ieri a Ramallah nell'incontro con Mustafà Bargouthi - responsabile delle ONG palestinesi - abbiamo affrontato la questione delle condizioni di vita delle persone glbt nella società palestinese. Dopo aver chiesto e ricevuto solidarietà per la causa palestinese in un momento di riacutizzarsi della morsa militare su Gaza, Bargouthi si è dichiarato aperto ad agire sul piano legislativo, per inserire normative antidiscriminatorie nella futura costutuzione palestinese, sul modello della nuova Costituzione sudafricana.
Sul piano sociale abbiamo individuato l'importanza di creare dei punti di riferimento nelle ong per le persone glbt e il ruolo di ponte che Queer for Peace può svolgere per la rete sommersa delle persone glbt in Palestina.
QueerForPeace

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14.06.2003

Gerusalemme

"Sono felicissimo di vedervi, quando ho letto della vostra missione non riuscivo a crederci. Mi sembra impossibile!" Con queste parole ci accolglie Samer al nostro arrivo a Betlemme. Samer è uno dei ragazzi che assieme ad altri gay palestinesi, prima dello scoppio della seconda Intifada, con l'appoggio della Jerusalem Open House, cercava di creare un punto di incontro e una linea d'ascolto per gay e lesbiche dei territori occupati. La risposta israeliana, con l'arrivo dei carri armati, del coprifuoco e della violenza quotidiana, bloccò il tentativo sul nascere e costrinse il gruppo appena formato ad una nuova clandestinità.
Con Samer parliamo delle condizioni di vita nei territori e capiamo che per lui, come per tutti i palestinesi gay, lesbiche ma anche etero, con cui parliamo, sia impossibile separare l'oppressione sociale delle diversità dall'occupazione e dalla violenza israeliana: "Come possiamo iniziare dei percorsi di liberazione nella nostra società se non possiamo neanche uscire di casa e se la gente muore di fame?". Samer starà con noi tutto il giorno, aiutandoci, come traduttore, nella nostra visita del campo profughi di Dheishe. Il campo, costruito nel 1948, è uno dei più poveri della West Bank, anche se nei 55 anni di vita, le tende sono state sostituite dal cemento colato in maniera disordinata sulla vallata dietro betlemme. Meri, romana, volontaria in un centro culturale per bambini del campo, ci accompagna per le strade strette e puzzolenti del campo, attraversate da un solco per lo scolo delle acque e dall'abbandono in cui sembra versare buona parte del campo. Nel pomeriggio organizziamo un incontro con i bambini del centro che dopo una lunga discussione che tocca anche la problematica omosessuale, si esibiscono per noi in uno spettacolo che racconta la storia della Palestina e come loro vivono il presente, con la rappresentazione della morte di un combattente e del conseguente funerale. La sera salutiamo Samer e corriamo a Gerusalemme per partecipare alla manifestazione organizzata da Peace Now contro l'occupazione e per la pace. Il nostro striscione Make love your only occupation desta molto interesse e conosciamo diverse persone tra cui Saal, consigliere comunale del Merez appena eletto e gay militante. Saal ci racconta di come sia difficile per lui il rapporto con la nuova giunta cittadina guidata da un ultraortodosso e che ora teme una chiusura in città rispetto ai diritti e alle problematiche di genere. Alla fine della manifestazione incontriamo anche una delegazione dell'Al Quds University, l'università palestinese di Gerusalemme, che ci promettono un incontro con il rettore il lunedi seguente.
Massimo Mele

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15.06.2003

Gerusalemme

Con i nostri soliti tempi biblici, che a Gerusalemme possiamo anche chiamare "coranici", partiamo per Ramallah che raggiungiamo con solo un paio d'ore di ritardo. Qui incontriamo Cailin, volontaria scozzese che lavora alla facoltà di legge di Birzeit, l'Università di Ramallah. Lei ci racconta di come la città abbia ripreso a respirare solo da poche settimane, ovvero dalla fine del coprifuoco e dal ritiro israeliano. Il centro è in piena attività, con un traffico intenso e cantieri a pieno regime per la ricostruzione degli edifice danneggiati dagli ultimi attacchi. Attraversiamo il centro nella curiosità generale, sia per la quasi totale assenza di turisti, sia per l'estrema visibilità del nostro gruppo composto da gay e transgender non certo "discreti". La nostra visita al Muqata non ha molto successo, per quanto alcune guardie molto disponibili ci accompagnano per un giro del cumulo di macerie e lamiere sede di Arafat e delle sue guardie personali. L'ultimo attacco israeliano ha lasciato segni profondi, anche se il ponte fra le due ali del palazzo ancora in piedi è stato già ricostruito. Arafat non ci incontra, forse dorme, forse no; chissà se ha letto la lettera che annunciava il nostro arrivo. Ci accordiamo per un appuntamento durante la nostra prossima visita della città e torniamo in centro. Mentre aspettiamo il taxi collettivo conosciamo gruppi di ragazzi che stazionano a Manara square, la piazza centrale, per via dell'altissima disoccupazione. La reazione è sempre fra il divertito e il curioso e a volte, forse, arriva fino all'interessato. Scambiamo qualche numero di telefono e qualche ricordo e corriamo a Gerusalemme dove ci aspetta, all'hotel Ambassador, Michael Tarazi, responsabile legale dell'OLP per i colloqui di pace. Michael ci fornisce tutto il materiale relativo agli ultimi accordi, all'incontro di Aqaba, al quale ha partecipato, alla Road Map e allo sviluppo degli insediamenti. Ci fornisce cartine e grafici e ci racconta dell'impossibilità di qualsiasi accordo in mancanza di una reale volontà di pace che presupponga la creazione reale di uno stato palestinese e non semplicemente di riserve, private della terra produttiva e dell'acqua, in cui confinare l'intera popolazione. Le mappe delle ultime colonie, che non risultano essere fra quelle considerate da Sharon "illegali" e quindi da abbattere, e del muro di separazione previsto, disegnano una Palestina divisa in tre zone: due nella West Bank e una a Gaza, con ulteriori divisioni date dalle strade di collegamento fra gli insediamenti che tagliano perpendicolarmente le vie di comunicazione palestinesi, inibendone il passaggio. Strano, ma le cartine forniteci da Tarazi, fonte Le Monde Diplomatique e The Economist, risultano riduttive rispetto a quelle di un gruppo israeliano contro l'occupazione, forse meglio informato, che prevede un territorio palestinese ancora più piccolo. L'incontro prosegue sulle condizioni di vita della popolazione in generale e di gay e lesbiche in particolare, ma anche per lui è impossibile immaginare un qualche miglioramento nelle politiche di riconoscimento dei diritti civili senza prima il raggiungimento dell'indipendenza della Palestina e la fine delle operazioni militari. Anche a lui, come a Bargouthi qualche giorno prima, facciamo notare come anche in Palestina esistano degli accenni di movimento gay che andrebbero sostenuti e incoraggiati, per quanto concordiamo che la presenza militare israeliana e il divieto di spostamento per la maggior parte dei palestinesi rendano quasi impossibile qualsiasi movimento di liberazione. Ovvero è proprio la "democratica" israele che cancella sul nascere qualsiasi tentativo di democratizzazione della società palestinese. E questo sembra chiarissimo anche agli stessi israeliani, nettamente contrari agli ultimi attacchi contro Hamas a Gaza, che hanno di fatto rotto la tregua e provocato la reazione palestinese. Alla fine dell'incontro Michael ci porta a cena in un ristorante arabo immerse in tendaggi e tappeti dove mangiamo cibi tipici e ci rilassiamo in una nuvola di Narghilé.
Massimo Mele

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16.06.2003

Gerusalemme

Ormai il 'Petra Hostel' di Gerusalemme è diventato il nostro quartier generale ma speriamo comunque di riuscire a passare almeno una notte a Ramallah... alcuni di noi hanno quasi fatto famiglia.
Oggi abbiamo tre appuntamenti; la nostra agenda continua a riempirsi e per quanto da un punto di vista massmediologico non stiamo agendo come dovremmo, gli incontri che ci si propongono sono sempre molto interessanti sebbene diversi fra loro.
Oggi incontreremo tre persone: uno è il rettore dell'Università araba di Gerusalemme Al'Quds che ci ha contattato in questi giorni, l'altro è con la più grossa associazione glbt israeliana Agoudà che oltre alla discriminazione dei glbt in Israele si occupa in maniera non troppo ufficiale e con grosse difficoltà di far fuggire i gay e le lesbiche palestinesi clandestinamente dalla palestina poichè a suo parere massacrati dalla cultura islamica; il terzo incontro, che ci è costato una tirata di orecchie per il mancato preavviso, è stato con una ex parlamentare del Partito Comunista Israeliano, Tamar Gozansky, una donna forte, apparentemente molto acida ma in realtà logorata e demotivata da questa situazione politica alquanto raccapricciante.
L'incontro con il rettore salta all'ultimo momento per suoi motivi personali, quindi ci dirigiamo tutti a Tel-Aviv per l'incontro con Shaul Gonen di Agoudà. All'incontro che era fissato per le 14 era presente solo lui, nessun gay o lesbica palestinesi, è stata un'opportunità mancata poter parlare con gay o lesbiche rifugiati.
L'attività di Shaul all'interno di Agoudà minata molto spesso dall'associazione che, a quanto abbiamo avuto modo di capire, non prende alcuna posizione contro l'occupazione israeliana. Neppure Shaul prende posizione, seppure sia stato arrestato due volte, per aver aiutato palestinesi a fuggire, il suo ruolo ed il suo tipo di analisi sono assolutamente limitati alla problematica della discriminazione, slegati quasi totalmente da un discorso politico più ampio. Secondo Shaul infatti i gay e le lesbiche palestinesi subiscono ogni giorno discriminazioni molto forti che sfociano troppo spesso nella violenza più crudele, tutto questo da molto prima della prima intifada poichè secondo lui è un problema della religione islamica; Shaul non è al corrente che fra la prima intifada e l'inizio della seconda si stava formando un nucleo glbt che poi a causa delle politiche di guerra e distruzione del governo Sharon ha dovuto scomparire per le troppe tensioni. La nostra preoccupazione di passare come internazionali occidentali che pensano di democraticizzare un paese incivile svanisce nel momento stesso in cui ci accorgiamo che questo ruolo ce l'ha proprio Agoudà. Da quello che abbiamo potuto vedere il loro obiettivo è quello di far espatriare i glbt palestinesi tramite accordi con gli stati dell'unione europea disponibili anche se la maggior parte delle volte sono costretti a rimanere in Isralele come clandestini con le conseguenze che potete immaginare; il clandestino è ricattabile e a volte è costretto dalla polizia a dare informazioni riservate o utili alla colonizzazione della palestina, pur di non essere rispedito a casa e accusato di collaborazionismo. è vero che i glbt palestinesi non vivono una situazione semplice, come non la vivono semplice i glbt della provincia del bergamasco e nell'entroterra della Sardegna, potrei raccontarvi dei fatti agghiaccianti che avvengono in continuazione, ma la politica di Agoudà, per quanto utile come contingenza, come azione mirata verso la specifica discriminazione sessuale, si rivela funzionale all'occupazione israeliana. Shaul deve scappare perchè sta organizzando una festa alla quale siamo tutti invitati.
Tamar Gozansky ci raggiunge nella sede di Agoudà e iniziamo immediatamente l'incontro; la sua espressione dura ci intimidisce un pochino ma ci sciogliamo immediatamente dopo averle esposto il motivo per cui siamo quà, e dopo aver sentito cio' che lei ha da dirci. In Israele il suo partito è tacciato come filopalestinese poichè esplicitamente contro l'occupazione e si ritrova l'unica e minoritarissima parte di sinistra che non è disposta a fare accordi con il governo sanguinario di Sharon. Tutto cio' puo' portarci facilmente a fare dei calcoli e a capire che la maggior parte della popolazione israeliana giustifica questo apartheid del nuovo millennio e considera i gesti di disperazione dei palestinesi che si fanno esplodere come puro terrorismo da combattere legittimando azioni militari alquanto discutibili che colpiscono civili inermi. Questo è quello che pensa anche Tamar Gozansky che pero' si mostra molto demotivata e non riesce a capire quale possa essere il modo per cambiare questa situazione. Le siamo decisamente piaciuti, lei sa chi sono le Donne in nero, sa che ci sono in continuazione tentativi di auto-organizzazione di gruppi di donne, di universitari gay e lesbiche palestinesi, e non fatica a capire quanto sia importante partire dal proprio specifico per riuscire a fare analisi più generali; a furia di sentirci dire che non è il momento di parlare di diritti perchè ci sono cose piùimportanti a cui pensare, alla pari di discorsi dei filopalestinesi eterosessisti italiani, rischiavamo di crederci.
Paolo Giuliani

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17.06.2003

Gerusalemme

Partiamo al mattino per Kalqilia, dove la nostra preziosa ***** ci vuole portare per farci incontrare un gruppo di donne che lei ha contattato apposta. La giornata è molto calda. Facciamo una strada che da Gerusalemme va verso nord costeggiando Tel Aviv: un territorio estremamente brullo, ma con percorsi molto ben tenuti e insediamenti che aumentano via via che ci avviciniamo. Kalquilia è una città palestinese della West Bank che si trova molto (troppo) a ovest, per i gusti di Israele. Siccome hanno deciso che non raderla al suolo, hanno pensato di costruirci un muro attorno, lascindo una sola via di uscita, in modo da poter prendere tutto il terreno agricolo circostante e lasciare fuori, cioè nel fantomatico territorio palestinese, la gente. Il muro di contenimento, nel progetto israeliano dovrà circondare tutta la West Bank, o meglio, tutto quello che gli israeliani lasceranno ai palestinesi della West bank. Infatti il muro he costruito sulla *falsa riga* della linea verde (il confine deciso nell'armistizion del 1948), ma cercando evidentemente di quadagnare sempre più territorio a est. I lavori sono frenetici, lungo le colline che portano a Kaslquilia si vedono camion e lavoratori nella polvere. Si vuole fare in fretta per avere una situazione de facto che sia il più possibile favorevole a Israele. Ovviamente i palestinesi che restano al di qua del muro saranno sollecitati ad andare nel *loro* territorio.
Siamo in compagnia di una ragazza italiana e di due persone palestinesi ma con cittadinanza israeliana, in quanto cittadini di Gerusalemme. Arriviamo al Chek point, che annuncia con la sua polverosità la condizione delle strade del territorio palestinese, a differenza di quello israeliano. Un militare ci chiede i passaporti. Questa volta non è come a Ramallah, vogliono controllare questo gruppo stranamente misto di pseudoturisti. Diciamo che siamo un gruppo di gay che deve incontrare un gruppo di donne a Kalqilia, e che ci basta il permesso di entrare per un ora. Ma ormai, una volta che i dati sono passati attraverso la radio a chissaquale comando chissadove, la decisione non spetta più a quelli che abbismo difronte. Sappiamo che ci terranno delle ore e che poi ci manderanno indietro. Bisogna solo aspettare i passaporti. Così scendimo dal furgone. Visto che loro non possono fare niente per noi, nè pro nè contro, la situazione si rilassa, e cominciamo a scambiarci qualche discorsetto, beviamo qualcosa, mentre ***** appare molto divertita dalla invadente queerizzazione del chek point. In realtà è più la maniera in cui siamo percepiti che quello che facciamo a destare confusione. è probabilmente la prima volta che questi ragazzi si trovano un manipolo di loro più o meno coetanei froci che vogliono (perchè?) andare in quella città.
Nei discorsi che facciamo, emerge la difficoltà che anche loro hanno a reggere la situazione. Tutti sanno perfettamente delle condizioni dei palestinesi nella west bank e ancor peggio a Gaza. Ma non si fidano: secondo loro devono chiudere le città nella morsa dei chek point perchè dentro ci sonbo delle personècattivè che vogliono ucciderli e uccidere i loro amici (non deve essere bello a vent'anni perdere un amico). Il livello di coscienza, e di conoscenza dei fatti pare comunque più basso e generico di quello dei bambini palestinesi del campo di Ben Jalla: i palestinesi hanno usato le condizioni di vantaggio del 1993 per riarmarsi e ricominciare a combattere. Nessuna distinzione nella composizione politica dei movimenti palestinesi: essi vengono percepiti come una cosa sola da Arafat a Hamas e oltre... Nessuno è lì perchè vuole esserci, ma perchè deve farlo. A nessuno piace che si continui così. - E voi - ci chiedono - cosa ne pensate? Diciamo che le soluzioni se vengono proposte devono essere praticabili: come si fa a pensare a uno stato palestinese che dipende da Isralele per l'acqua, l'elettricità, il lavoro, il territorio? Come si fa a chiamare stato un territorio recintato con recinti elettrificati e muri alti otto metri e completamente senza sbocchi verso altri paesi (eccetto il confine fra Gaza e Egitto, ma comunque la West Bank e chiusa)?
Che peccato, arrivano i passaporti, *possiamo* andare via, torniamo a Gerusalemme. Ci salutiamo... e ci scappa pure il bacetto.

Alle cinque del pomeriggio, dopo essere tornat* dalla zona di Kalqilia, abbiamo sentito il ragazzo palestinese che vive a Betlemme, gay, e la ragazza palestinese israeliana che lavora all'Open House. E' stato un momento che aveve il pregio di rimettere delle persone in contatto. Samer infatti, dall'inizio della seconda intifada non ha piu' la possibilita' di muoversi liberamente. Ha soltanto il permesso di venire a Gerusalemme per lavorare e qui gli e' vietato di viaggiare in auto. La cosa assurda e' che lui e' in qualche maniera fortunato, perche' gli altri palestinesi dei territori normalmente non possono nemmeno fare questo, come gli israeliani, ma per il motivo speculare, non possono per legge attraversare il confine coi territori (per la loro sicurezza, dice il governo). Tutti gli amici che Samer aveva in israele prima dell'intifada sono ora irraggiungibili. Gay lesbiche e trans palestinesi devono scegliere se cercare di scappare dalla Palestina o restare lì nascondendosi agli occhi di una società che temono moltissimo, non solo perché "islamica": il nostro amico infatti è di famiglia di religione greco-ortodossa. Il nostro compito, senza velleità, si e' concretizzato in un momento come questo, in cui si cercano dei passaggi, delle vie di uscita, in cui si lotta contro l'occupazione e la guerra cercando di superare gli ostacoli che essa pone, smentendo il suo desiderio di separare le persone. Nelle prossime settimane si cercherà di organizzare un incontro. Potremmo provare a seguire la cosa anche da lontano.
Potremmo cominciare ad esempio a immaginare uno stumento o un progetto
utile.

Cristian Lo Iacono

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18.06.2003

Gerusalemme

...reduci dalla festa organizzata da Agoudà siamo tornati a casa alle 4:00 e non potete immaginare la nostra felicità quando è saltato l'appuntamento che avevamo al mattino con un gruppo di donne palestinesi che hanno disdetto all'ultimo momento; alle 14:00 abbiamo avuto un incontro con un funzionario del Consolato italiano per stabilire un contatto, in caso di necessità, che ci ha vivamente sconsigliato di entrare a Gaza, molta gente rimane bloccata lì anche venti giorni. Nonostante fossimo in pochi, un fotografo a Ramallah, l'altro a fotografare il quartiere armeno, siamo riusciti a raggiungere dei picchi di organizzazione mai raggiunti fin d'ora. In quattro ci siamo occupati dell'ufficio stampa in un internet point e due si sono occupati di reperire il materiale per un nuovo striscione con su scritto: "STOP OCCUPATION - QUEER FOR PEACE" che all'inizio doveva essere esibito al muro del pianto, in seguito è diventato un micro gay pride con tanto di riprese (ne vedrete delle belle) nei luoghi piu' simbolici e piu' sacri della Gerusalemme vecchia.
P.S. GRAZIE M.I.T.
In due tenevano la bandiera della pace, scambiata da tutti per rainbow, e uno teneva l'altro striscione; nel quartiere ebraico chi ci vedeva commentava acidamente, raramente sorrideva o ci insultava, nel quartiere arabo, chi capiva il senso, diceva "you are welcome" ma non racconterò oltre perchè vedrete tutto nel video... mando un bacio a tutti.
Paolo Giuliani