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Il diario di Marco |
Il diario di Stefano
Partenza missione di pace gay e lesbica in Palestina
[comunicato stampa]
“Make love, your only occupation”
Martedì 10 Giugno una delegazione di gay, lesbiche e transgender
partirà per la Palestina per una missione di pace.
Scopo della missione sostenere gli sforzi di chi, in Israele, si batte
contro l’occupazione e la guerra e inserire la lotta per il diritto
all’ orientamento sessuale e le identità di genere nella
battaglia del popolo palestinese per l’indipendenza.
Dietro lo striscione “Make love, your only occupation” parteciperemo
al Pride di Gerusalemme “love without borders”, il 13 Giugno,
che si celebra, fra grandi difficoltà, per la seconda volta nella
storia. Il primo tentativo. Lo scorso anno, fu una grande scommessa parzialmente
riuscita, visto che solo grazie ad un imponente dispiegamento di forze
di polizia il corteo è uscito indenne dalle contestazioni furiose
di estremisti israeliani. L’elezione alla guida della città
di un ultra ortodosso poi ha solo peggiorato le cose. Il Pride si può
fare solo grazie all’imposizione del tribunale che obbliga il comune
a pagare le spese dello scorso anno al Jerusalem Open House. Scommessa
difficile dunque, soprattutto per via della scarsissima partecipazione
al corteo e non certo per la paura degli attentati. Eppure qui si gioca
anche la tanta decantata democrazia israeliana, troppo spesso confusa
con il liberismo sfrenato di Tel Aviv, che però non rappresenta
certo Israele e la realtà dei rapporti sociali in una società
militarizzata e iperreligiosa. Eppure nell’ultimo periodo una strumentale
campagna razzista portata avanti dai radicali italiani e da alcuni gruppi
gay, ha cercato di contrapporre la totale libertà dei gay israeliani
alla repressione palestinese, falsando totalmente la realtà. Rifiutiamo
la lettura della realtà attraverso il filtro etero/liberista che
impone una contrapposizione su base etnica, religiosa o economica. Noi
preferiamo utilizzare un filtro queer che ci fa sempre stare dalla parte
degli oppressi/e, siano essi/e palestinesi oppressi dall’esercito
israeliano o gay e lesbiche israeliane oppresse dagli ebrei ortodossi,
così come gay e lesbiche palestinesi oppressi dai fondamentalisti
islamici. Ma è proprio in questa contraddizione che noi vediamo
il legame delle lotte contro tutte le forme di oppressione con la più
ampia lotta per i diritti umani e contro la guerra, che in Palestina si
chiama occupazione, di cui la lotta di liberazione omosessuale è
parte integrante. Durante la missione infatti incontreremo esponenti della
società civile e politici palestinesi per discutere con loro di
omosessualità, identità di genere e diritti umani e per
proporre un progetto di cooperazione internazionale volto alla creazione
di un centro di riferimento per gay, lesbiche e trans a Ramallah. Questo
perché la lotta per l’indipendenza di un popolo è
tanto più forte quanto più riconosce al suo interno il diritto
all’autodeterminazione individuale anche in campo sessuale.
L’elenco di incontri in Palestina, ancora in fase di aggiustamento,
è molto fitto e include, fra gli altri: Mustafà Bargouthi,
coordinatore delle ONG palestinesi, Michael Tarazi, resp. Legale dell’OLP,
esponenti dell’ università di legge di Birzeit, del sindacato
palestinese e dell’università di Al Quds, oltre che rappresentanti
di associazioni per i diritti umani.
In Israele incontreremo invece Michal Eden, cons. comunale del Merez a
Tel Aviv e militante lesbica, Tamar Gozansky, ex parlamentare comunista
della Knesset, Agoudàà la principale ass. glbt israeliana, il Jerusalem
Open House, l’associazione glbt organizzatrice del Pride di Gerusalemme,
il Black Laundry, movimento Queer contro l’occupazione e vari esponenti
di associazioni e gruppi pacifisti e per i diritti umani.
Fanno parte della delegazione:
Massimo Farinella e Francesco Falzetta - circ. Mario Mieli,
Massimo Mele e Paolo Giuliani - Movimento Omosessuale Sardo,
Gianuario Muntoni e Claudio Casu - circ. Arci Borderline
Sassari,
Renato, Marco e Cristian - Antagonismo gay di Bologna
e Torino,
Antonella D’Annibale - circ. Maurice Torino,
Renato Sabbadini - Arci Gay nazionale,
Riccardo Bettini - Azione gay e lesbica Firenze,
Valerie - Movimento Italiano Transessuali (MIT),
Marco Sanna - circ. Arci Noir Sassari,
Helena Velena, Andrea Iannetta e alcuni altri/e singoli/e.
torna all'elenco dei giorni
Tel Aviv
Ciao a tutt*,
vi scrivo da tel Aviv dove siamo riusciti ad entrare questa mattina alle
ore 06:00 dopo poco più di un'ora di interrogatorio. Dopo esserci rimessi
un po' in sesto abbiamo incontrato il gruppo queer del Black Laundry,
per discutere degli appuntamenti dei prossimi giorni e preparare cartelli
e striscioni per la manifestazione di venerdi a Gerusalemme. Durante l'incontro
è giunta la notizia dell'attentato a Gerusalemme e della rappresaglia
israeliana. Ci siamo subito attivat* per capire cosa stesse succedendo
e quali conseguenze ci sarebbero state. Mentre scrivo ancora non è chiaro
se domani i check point saranno aperti o chiusi e se quindi sarà possibile
andare all'incontro con Mustafa Bargouthi a Ramallah. Alcuni di noi si
sono resi disponibili a passare per i campi se ce ne fosse bisogno, ma
abbiamo rimandato la decisione a domani, anche perchè fermamente sconsigliati
dalla guida dell'ISM che ci organizza gli spostamenti. Il secondo gruppo
arriverà a tel Aviv domani mattina e l'incontro è previsto a Gerusalemme
alle h 9:00. Unico punto interrogativo è Helena Velena, bloccata ad Atene
a causa del rinnovo passaporto (il suo scade fra un mese ma per l'ingresso
in israele la validità deve essere di almeno tre mesi). Rimane confermato
invece l'incontro alle ore 16:00 al Museum on the seam, con il jerusalem
Open House, Amnesty, Black Laundry, Saal, il consigliere gay appena eletto
nel comune di Gerusalemme, una deputata del Merez e diversi altri.
Così come rimangono invariati tutti gli altri appuntamenti, primo fra
tutti la Pride Parade di Gerusalemme venerdi alle 12:00.
Cercheremo di scrivere ogni qual volta ci sarà possibile. Questo è il
numero al quale siamo raggiungibili 0097255709487.
Ciao
Massimo Mele
Gerusalemme
[comunicato stampa]
Oggi doveva tenersi il glbt Pride di Gerusalemme ma è stato rimandato
di una settimana in seguito all'attentato suicida di mercoledi. Nell'incontro
di ieri con la delegazione di Queer for Peace gli organizzatori hanno
spiegato la loro sofferta decisione.
La scelta del rinvio nasce dal sentirsi parte di questa città soprattutto
in un momento di ritorno della paura e del dolore che ha colpito anche
direttamente la Jerusalem Open House - organizzatrice del Pride - con
la morte di uno degli attivisti.
è diffuso lo sconcerto generale per gli omicidi mirati dei giorni scorsi,
che avevano come obiettivo il leader politico di Hamas, Rantisi. Questi
atti rompono la tregua e di fatto contraddicono le dichiarazioni di Sharon,
e scatenano una reazione palestinese che allontana dalla realizzazione
della Road Map e accresce la crisi della leadership palestinese.
Ieri a Ramallah nell'incontro con Mustafà Bargouthi - responsabile delle
ONG palestinesi - abbiamo affrontato la questione delle condizioni di
vita delle persone glbt nella società palestinese. Dopo aver chiesto
e ricevuto solidarietà per la causa palestinese in un momento di
riacutizzarsi della morsa militare su Gaza, Bargouthi si è dichiarato
aperto ad agire sul piano legislativo, per inserire normative antidiscriminatorie
nella futura costutuzione palestinese, sul modello della nuova Costituzione
sudafricana.
Sul piano sociale abbiamo individuato l'importanza di creare dei punti
di riferimento nelle ong per le persone glbt e il ruolo di ponte che Queer
for Peace può svolgere per la rete sommersa delle persone glbt
in Palestina.
QueerForPeace
Gerusalemme
"Sono felicissimo di vedervi, quando ho letto della vostra missione non
riuscivo a crederci. Mi sembra impossibile!" Con queste parole ci accolglie
Samer al nostro arrivo a Betlemme. Samer è uno dei ragazzi che assieme
ad altri gay palestinesi, prima dello scoppio della seconda Intifada,
con l'appoggio della Jerusalem Open
House, cercava di creare un punto di incontro e una linea d'ascolto
per gay e lesbiche dei territori occupati. La risposta israeliana, con
l'arrivo dei carri armati, del coprifuoco e della violenza quotidiana,
bloccò il tentativo sul nascere e costrinse il gruppo appena formato ad
una nuova clandestinità.
Con Samer parliamo delle condizioni di vita nei territori e capiamo che
per lui, come per tutti i palestinesi gay, lesbiche ma anche etero, con
cui parliamo, sia impossibile separare l'oppressione sociale delle diversità
dall'occupazione e dalla violenza israeliana: "Come possiamo iniziare
dei percorsi di liberazione nella nostra società se non possiamo neanche
uscire di casa e se la gente muore di fame?". Samer starà con noi tutto
il giorno, aiutandoci, come traduttore, nella nostra visita del campo
profughi di Dheishe. Il campo, costruito nel 1948, è uno dei più poveri
della West Bank, anche se nei 55 anni di vita, le tende sono state sostituite
dal cemento colato in maniera disordinata sulla vallata dietro betlemme.
Meri, romana, volontaria in un centro culturale per bambini del campo,
ci accompagna per le strade strette e puzzolenti del campo, attraversate
da un solco per lo scolo delle acque e dall'abbandono in cui sembra versare
buona parte del campo. Nel pomeriggio organizziamo un incontro con i bambini
del centro che dopo una lunga discussione che tocca anche la problematica
omosessuale, si esibiscono per noi in uno spettacolo che racconta la storia
della Palestina e come loro vivono il presente, con la rappresentazione
della morte di un combattente e del conseguente funerale. La sera salutiamo
Samer e corriamo a Gerusalemme per partecipare alla manifestazione organizzata
da Peace Now contro l'occupazione
e per la pace. Il nostro striscione Make love your only occupation
desta molto interesse e conosciamo diverse persone tra cui Saal, consigliere
comunale del Merez appena eletto e gay militante. Saal ci racconta di
come sia difficile per lui il rapporto con la nuova giunta cittadina guidata
da un ultraortodosso e che ora teme una chiusura in città rispetto ai
diritti e alle problematiche di genere. Alla fine della manifestazione
incontriamo anche una delegazione dell'Al Quds University, l'università
palestinese di Gerusalemme, che ci promettono un incontro con il rettore
il lunedi seguente.
Massimo Mele
Gerusalemme
Con i nostri soliti tempi biblici, che a Gerusalemme possiamo anche chiamare
"coranici", partiamo per Ramallah
che raggiungiamo con solo un paio d'ore di ritardo. Qui incontriamo Cailin,
volontaria scozzese che lavora alla facoltà di legge di Birzeit,
l'Università di Ramallah. Lei ci racconta di come la città abbia ripreso
a respirare solo da poche settimane, ovvero dalla fine del coprifuoco
e dal ritiro israeliano. Il centro è in piena attività, con un traffico
intenso e cantieri a pieno regime per la ricostruzione degli edifice danneggiati
dagli ultimi attacchi. Attraversiamo il centro nella curiosità generale,
sia per la quasi totale assenza di turisti, sia per l'estrema visibilità
del nostro gruppo composto da gay e transgender non certo "discreti".
La nostra visita al Muqata non ha molto successo, per quanto alcune guardie
molto disponibili ci accompagnano per un giro del cumulo di macerie e
lamiere sede di Arafat e delle sue guardie personali. L'ultimo attacco
israeliano ha lasciato segni profondi, anche se il ponte fra le due ali
del palazzo ancora in piedi è stato già ricostruito. Arafat non ci incontra,
forse dorme, forse no; chissà se ha letto la lettera che annunciava il
nostro arrivo. Ci accordiamo per un appuntamento durante la nostra prossima
visita della città e torniamo in centro. Mentre aspettiamo il taxi collettivo
conosciamo gruppi di ragazzi che stazionano a Manara square, la piazza
centrale, per via dell'altissima disoccupazione. La reazione è sempre
fra il divertito e il curioso e a volte, forse, arriva fino all'interessato.
Scambiamo qualche numero di telefono e qualche ricordo e corriamo a Gerusalemme
dove ci aspetta, all'hotel Ambassador, Michael Tarazi, responsabile legale
dell'OLP per i colloqui di pace. Michael ci fornisce tutto il materiale
relativo agli ultimi accordi, all'incontro di Aqaba, al quale ha partecipato,
alla Road Map e allo sviluppo degli insediamenti. Ci fornisce cartine
e grafici e ci racconta dell'impossibilità di qualsiasi accordo in mancanza
di una reale volontà di pace che presupponga la creazione reale di uno
stato palestinese e non semplicemente di riserve, private della terra
produttiva e dell'acqua, in cui confinare l'intera popolazione. Le mappe
delle ultime colonie, che non risultano essere fra quelle considerate
da Sharon "illegali" e quindi da abbattere, e del muro di separazione
previsto, disegnano una Palestina divisa in tre zone: due nella West Bank
e una a Gaza, con ulteriori divisioni
date dalle strade di collegamento fra gli insediamenti che tagliano perpendicolarmente
le vie di comunicazione palestinesi, inibendone il passaggio. Strano,
ma le cartine forniteci da Tarazi, fonte Le Monde Diplomatique e The Economist,
risultano riduttive rispetto a quelle di un gruppo israeliano contro l'occupazione,
forse meglio informato, che prevede un territorio palestinese ancora più
piccolo. L'incontro prosegue sulle condizioni di vita della popolazione
in generale e di gay e lesbiche in particolare, ma anche per lui è impossibile
immaginare un qualche miglioramento nelle politiche di riconoscimento
dei diritti civili senza prima il raggiungimento dell'indipendenza della
Palestina e la fine delle operazioni militari. Anche a lui, come a Bargouthi
qualche giorno prima, facciamo notare come anche in Palestina esistano
degli accenni di movimento gay che andrebbero sostenuti e incoraggiati,
per quanto concordiamo che la presenza militare israeliana e il divieto
di spostamento per la maggior parte dei palestinesi rendano quasi impossibile
qualsiasi movimento di liberazione. Ovvero è proprio la "democratica"
israele che cancella sul nascere qualsiasi tentativo di democratizzazione
della società palestinese. E questo sembra chiarissimo anche agli stessi
israeliani, nettamente contrari agli ultimi attacchi contro Hamas a Gaza,
che hanno di fatto rotto la tregua e provocato la reazione palestinese.
Alla fine dell'incontro Michael ci porta a cena in un ristorante arabo
immerse in tendaggi e tappeti dove mangiamo cibi tipici e ci rilassiamo
in una nuvola di Narghilé.
Massimo Mele
Gerusalemme
Ormai il 'Petra Hostel' di Gerusalemme è diventato il nostro quartier
generale ma speriamo comunque di riuscire a passare almeno una notte a
Ramallah... alcuni di noi hanno quasi fatto famiglia.
Oggi abbiamo tre appuntamenti; la nostra agenda continua a riempirsi e
per quanto da un punto di vista massmediologico non stiamo agendo come
dovremmo, gli incontri che ci si propongono sono sempre molto interessanti
sebbene diversi fra loro.
Oggi incontreremo tre persone: uno è il rettore dell'Università
araba di Gerusalemme Al'Quds che
ci ha contattato in questi giorni, l'altro è con la più grossa associazione
glbt israeliana Agoudà
che oltre alla discriminazione dei glbt in Israele si occupa in maniera
non troppo ufficiale e con grosse difficoltà di far fuggire i gay e le
lesbiche palestinesi clandestinamente dalla palestina poichè a suo parere
massacrati dalla cultura islamica; il terzo incontro, che ci è costato
una tirata di orecchie per il mancato preavviso, è stato con una ex parlamentare
del Partito Comunista Israeliano,
Tamar Gozansky, una donna forte, apparentemente molto acida ma in realtà
logorata e demotivata da questa situazione politica alquanto raccapricciante.
L'incontro con il rettore salta all'ultimo momento per suoi motivi personali,
quindi ci dirigiamo tutti a Tel-Aviv per l'incontro con Shaul Gonen di
Agoudà. All'incontro che era fissato per le 14 era presente solo lui,
nessun gay o lesbica palestinesi, è stata un'opportunità mancata poter
parlare con gay o lesbiche rifugiati.
L'attività di Shaul all'interno di Agoudà minata molto spesso dall'associazione
che, a quanto abbiamo avuto modo di capire, non prende alcuna posizione
contro l'occupazione israeliana. Neppure Shaul prende posizione, seppure
sia stato arrestato due volte, per aver aiutato palestinesi a fuggire,
il suo ruolo ed il suo tipo di analisi sono assolutamente limitati alla
problematica della discriminazione, slegati quasi totalmente da un discorso
politico più ampio. Secondo Shaul infatti i gay e le lesbiche palestinesi
subiscono ogni giorno discriminazioni molto forti che sfociano troppo
spesso nella violenza più crudele, tutto questo da molto prima della prima
intifada poichè secondo lui è un problema della religione islamica; Shaul
non è al corrente che fra la prima intifada e l'inizio della seconda si
stava formando un nucleo glbt che poi a causa delle politiche di guerra
e distruzione del governo Sharon ha dovuto scomparire per le troppe tensioni.
La nostra preoccupazione di passare come internazionali occidentali che
pensano di democraticizzare un paese incivile svanisce nel momento stesso
in cui ci accorgiamo che questo ruolo ce l'ha proprio Agoudà. Da quello
che abbiamo potuto vedere il loro obiettivo è quello di far espatriare
i glbt palestinesi tramite accordi con gli stati dell'unione europea disponibili
anche se la maggior parte delle volte sono costretti a rimanere in Isralele
come clandestini con le conseguenze che potete immaginare; il clandestino
è ricattabile e a volte è costretto dalla polizia a dare informazioni
riservate o utili alla colonizzazione della palestina, pur di non essere
rispedito a casa e accusato di collaborazionismo. è vero che i glbt palestinesi
non vivono una situazione semplice, come non la vivono semplice i glbt
della provincia del bergamasco e nell'entroterra della Sardegna, potrei
raccontarvi dei fatti agghiaccianti che avvengono in continuazione, ma
la politica di Agoudà, per quanto utile come contingenza, come azione
mirata verso la specifica discriminazione sessuale, si rivela funzionale
all'occupazione israeliana. Shaul deve scappare perchè sta organizzando
una festa alla quale siamo tutti invitati.
Tamar Gozansky ci raggiunge nella sede di Agoudà e iniziamo immediatamente
l'incontro; la sua espressione dura ci intimidisce un pochino ma ci sciogliamo
immediatamente dopo averle esposto il motivo per cui siamo quà, e dopo
aver sentito cio' che lei ha da dirci. In Israele il suo partito è tacciato
come filopalestinese poichè esplicitamente contro l'occupazione e si ritrova
l'unica e minoritarissima parte di sinistra che non è disposta a fare
accordi con il governo sanguinario di Sharon. Tutto cio' puo' portarci
facilmente a fare dei calcoli e a capire che la maggior parte della popolazione
israeliana giustifica questo apartheid del nuovo millennio e considera
i gesti di disperazione dei palestinesi che si fanno esplodere come puro
terrorismo da combattere legittimando azioni militari alquanto discutibili
che colpiscono civili inermi. Questo è quello che pensa anche Tamar Gozansky
che pero' si mostra molto demotivata e non riesce a capire quale possa
essere il modo per cambiare questa situazione. Le siamo decisamente piaciuti,
lei sa chi sono le Donne in nero,
sa che ci sono in continuazione tentativi di auto-organizzazione di gruppi
di donne, di universitari gay e lesbiche palestinesi, e non fatica a capire
quanto sia importante partire dal proprio specifico per riuscire a fare
analisi più generali; a furia di sentirci dire che non è il momento di
parlare di diritti perchè ci sono cose piùimportanti a cui pensare, alla
pari di discorsi dei filopalestinesi eterosessisti italiani, rischiavamo
di crederci.
Paolo Giuliani
Gerusalemme
Partiamo al mattino per Kalqilia, dove la nostra preziosa ***** ci vuole
portare per farci incontrare un gruppo di donne che lei ha contattato
apposta. La giornata è molto calda. Facciamo una strada che da Gerusalemme
va verso nord costeggiando Tel Aviv: un territorio estremamente brullo,
ma con percorsi molto ben tenuti e insediamenti che aumentano via via
che ci avviciniamo. Kalquilia è una città palestinese della West Bank
che si trova molto (troppo) a ovest, per i gusti di Israele. Siccome hanno
deciso che non raderla al suolo, hanno pensato di costruirci un muro attorno,
lascindo una sola via di uscita, in modo da poter prendere tutto il terreno
agricolo circostante e lasciare fuori, cioè nel fantomatico territorio
palestinese, la gente. Il muro di contenimento, nel progetto israeliano
dovrà circondare tutta la West Bank, o meglio, tutto quello che gli israeliani
lasceranno ai palestinesi della West bank. Infatti il muro he costruito
sulla *falsa riga* della linea verde (il confine deciso nell'armistizion
del 1948), ma cercando evidentemente di quadagnare sempre più territorio
a est. I lavori sono frenetici, lungo le colline che portano a Kaslquilia
si vedono camion e lavoratori nella polvere. Si vuole fare in fretta per
avere una situazione de facto che sia il più possibile favorevole a Israele.
Ovviamente i palestinesi che restano al di qua del muro saranno sollecitati
ad andare nel *loro* territorio.
Siamo in compagnia di una ragazza italiana e di due persone palestinesi
ma con cittadinanza israeliana, in quanto cittadini di Gerusalemme. Arriviamo
al Chek point, che annuncia con la sua polverosità la condizione delle
strade del territorio palestinese, a differenza di quello israeliano.
Un militare ci chiede i passaporti. Questa volta non è come a Ramallah,
vogliono controllare questo gruppo stranamente misto di pseudoturisti.
Diciamo che siamo un gruppo di gay che deve incontrare un gruppo di donne
a Kalqilia, e che ci basta il permesso di entrare per un ora. Ma ormai,
una volta che i dati sono passati attraverso la radio a chissaquale comando
chissadove, la decisione non spetta più a quelli che abbismo difronte.
Sappiamo che ci terranno delle ore e che poi ci manderanno indietro. Bisogna
solo aspettare i passaporti. Così scendimo dal furgone. Visto che loro
non possono fare niente per noi, nè pro nè contro, la situazione si rilassa,
e cominciamo a scambiarci qualche discorsetto, beviamo qualcosa, mentre
***** appare molto divertita dalla invadente queerizzazione del chek point.
In realtà è più la maniera in cui siamo percepiti che quello che facciamo
a destare confusione. è probabilmente la prima volta che questi ragazzi
si trovano un manipolo di loro più o meno coetanei froci che vogliono
(perchè?) andare in quella città.
Nei discorsi che facciamo, emerge la difficoltà che anche loro hanno a
reggere la situazione. Tutti sanno perfettamente delle condizioni dei
palestinesi nella west bank e ancor peggio a Gaza. Ma non si fidano: secondo
loro devono chiudere le città nella morsa dei chek point perchè dentro
ci sonbo delle personècattivè che vogliono ucciderli e uccidere i loro
amici (non deve essere bello a vent'anni perdere un amico). Il livello
di coscienza, e di conoscenza dei fatti pare comunque più basso e generico
di quello dei bambini palestinesi del campo di Ben Jalla: i palestinesi
hanno usato le condizioni di vantaggio del 1993 per riarmarsi e ricominciare
a combattere. Nessuna distinzione nella composizione politica dei movimenti
palestinesi: essi vengono percepiti come una cosa sola da Arafat a Hamas
e oltre... Nessuno è lì perchè vuole esserci, ma perchè deve farlo. A
nessuno piace che si continui così. - E voi - ci chiedono - cosa ne pensate?
Diciamo che le soluzioni se vengono proposte devono essere praticabili:
come si fa a pensare a uno stato palestinese che dipende da Isralele per
l'acqua, l'elettricità, il lavoro, il territorio? Come si fa a chiamare
stato un territorio recintato con recinti elettrificati e muri alti otto
metri e completamente senza sbocchi verso altri paesi (eccetto il confine
fra Gaza e Egitto, ma comunque la West Bank e chiusa)?
Che peccato, arrivano i passaporti, *possiamo* andare via, torniamo a
Gerusalemme. Ci salutiamo... e ci scappa pure il bacetto.
Alle cinque del pomeriggio, dopo essere tornat* dalla zona di Kalqilia,
abbiamo sentito il ragazzo palestinese che vive a Betlemme, gay, e la
ragazza palestinese israeliana che lavora all'Open House. E' stato un
momento che aveve il pregio di rimettere delle persone in contatto. Samer
infatti, dall'inizio della seconda intifada non ha piu' la possibilita'
di muoversi liberamente. Ha soltanto il permesso di venire a Gerusalemme
per lavorare e qui gli e' vietato di viaggiare in auto. La cosa assurda
e' che lui e' in qualche maniera fortunato, perche' gli altri palestinesi
dei territori normalmente non possono nemmeno fare questo, come gli israeliani,
ma per il motivo speculare, non possono per legge attraversare il confine
coi territori (per la loro sicurezza, dice il governo). Tutti gli amici
che Samer aveva in israele prima dell'intifada sono ora irraggiungibili.
Gay lesbiche e trans palestinesi devono scegliere se cercare di scappare
dalla Palestina o restare lì nascondendosi agli occhi di una società
che temono moltissimo, non solo perché "islamica": il
nostro amico infatti è di famiglia di religione greco-ortodossa.
Il nostro compito, senza velleità, si e' concretizzato in un momento
come questo, in cui si cercano dei passaggi, delle vie di uscita, in cui
si lotta contro l'occupazione e la guerra cercando di superare gli ostacoli
che essa pone, smentendo il suo desiderio di separare le persone. Nelle
prossime settimane si cercherà di organizzare un incontro. Potremmo
provare a seguire la cosa anche da lontano.
Potremmo cominciare ad esempio a immaginare uno stumento o un progetto
utile.
Cristian Lo Iacono
Gerusalemme
...reduci dalla festa organizzata da Agoudà siamo tornati a casa alle
4:00 e non potete immaginare la nostra felicità quando è saltato l'appuntamento
che avevamo al mattino con un gruppo di donne palestinesi che hanno disdetto
all'ultimo momento; alle 14:00 abbiamo avuto un incontro con un funzionario
del Consolato italiano per stabilire un contatto, in caso di necessità,
che ci ha vivamente sconsigliato di entrare a Gaza, molta gente rimane
bloccata lì anche venti giorni. Nonostante fossimo in pochi, un fotografo
a Ramallah, l'altro a fotografare il quartiere armeno, siamo riusciti
a raggiungere dei picchi di organizzazione mai raggiunti fin d'ora. In
quattro ci siamo occupati dell'ufficio stampa in un internet point e due
si sono occupati di reperire il materiale per un nuovo striscione con
su scritto: "STOP OCCUPATION - QUEER FOR PEACE" che all'inizio doveva
essere esibito al muro del pianto, in seguito è diventato un micro gay
pride con tanto di riprese (ne vedrete delle belle) nei luoghi piu' simbolici
e piu' sacri della Gerusalemme vecchia.
P.S. GRAZIE M.I.T.
In due tenevano la bandiera della pace, scambiata da tutti per rainbow,
e uno teneva l'altro striscione; nel quartiere ebraico chi ci vedeva commentava
acidamente, raramente sorrideva o ci insultava, nel quartiere arabo, chi
capiva il senso, diceva "you are welcome" ma non racconterò oltre perchè
vedrete tutto nel video... mando un bacio a tutti.
Paolo Giuliani
