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A quando il primo pride in Palestina?
[Aut Magazine - Agosto 2003]
E’ una domanda che faccio anche a me, che una parte di me rivolge a un’altra. La metto nel titolo solo per sviare.
Queer for Peace (froce per la pace) «missione di pace frocizzante» ha attraversato Israele e i Territori palestinesi occupati e si è conclusa con la partecipazione al pride di Gerusalemme del 20 giugno – il secondo nella storia di quella città.
Una parte di me dice – con il 99% dei gay delle lesbiche delle trans che si riconoscono tali e si “offrono” come tali – che fare un pride in un posto è una sfida politica e al tempo stesso è già un risultato che cambia quel posto; è la stessa parte di me che adotta il modello “epico” della rivolta di Stonewall; è insomma la parte di me più convinta che la liberazione sessuale passi attraverso le tappe fatte in Occidente da gay lesbiche e trans con i movimenti di liberazione sessuale, l’assorbimento nell’immaginario commerciale e mainstream, la testarda lotta per i diritti.
Per dare ragione a questa parte di me mi basta ricordare quando sono entrato per la prima volta in una discoteca di Gerusalemme dove c’era una serata gay. Uguale!
Più in generale, il reticolo formato da associazioni, locali (discoteche, bar), riviste, internet, viaggi, televisione, mercato dell’abbigliamento, della musica (Madonna è l’icona gay del mondo globalizzato), sembra funzionare, a dispetto delle latitudini e delle distanze. Ne ero convinto prima di partire e ne ho avuto la conferma: i gay sono un prodotto di punta della globalizzazione neoliberista. Sono=siamo=io sono.
Altra ripetizione. I pride, anche in un paese come Israele, non più grande di due regioni italiane messe insieme, si moltiplicano: Gerusalemme, Haifa, e Tel Aviv. E ognuno assume la sua sfumatura che a seconda di come la si vede viaggia dal polo fashion al polo Militanz.
Quello di Gerusalemme apparteneva piuttosto a quest’ultimo polo, diciamo “politico”. Aveva uno slogan audace: “LOVE WITHOUT BORDERS”, audace ed equivoco, poiché i confini (borders) sono sia quelli delle identità sessuali e di genere, sia quelli che separano drammaticamente Israele dal resto della Palestina. Il movimento glbt deve rivendicare l’amore senza confini: un discorso piuttosto queer, in cui vediamo un’apertura buona, anche per parlare della divisione fra società israeliana e società palestinese. Per quest’ultima, e per i gay le lesbiche i/le trans palestinesi, i confini sono quelli che vuole l’Altro, Israele. Da “Love without borders” a “MAKE LOVE YOUR ONLY OCCUPATION” (“fai dell’amore la tua sola occupazione”) – la scritta del nostro striscione – c’era un cammino che abbiamo ritenuto possibile. Israele è infatti un Paese che ha difficoltà anche a capire che quando parliamo di “occupazione” ci riferiamo a quello che i loro Governi fanno da anni! “Che vuol dire occupazione?”, ci è stato chiesto. Spesso il razzismo, l’omofobia, l’oppressione sono più difficili da combattere nelle persone, quando queste non sanno nemmeno di esercitarli. Non c’è peggior sordo… (mi si perdoni la citazione).
Parlando con un ragazzo nel recinto … (recinto? Sì, recinto: ah ecco, dimenticavo, ma è normale che in Israele le manifestazioni, che so, dalla sagra della birra al gay pride, si svolgano all’interno di uno spazio recintato e controllato dai militari, per evitare… stragi!) … parlando con questo ragazzo dei vari pride lui mi diceva che quello di Gerusalemme era una mezza schifezza, pallosa, e la metà della gente veniva da Tel Aviv: “lì sì che il pride è una mega-festa”.
Io stringevo le spalle e pensavo a quanto già sentito fosse quel discorso, mentre un ragazzo in servizio di leva andava in giro tra di noi col mitra in spalla.
Ciò che è più bello, ma fa anche rabbia, è la varietà di visi che puoi vedere in Israele, davvero un arcobaleno di provenienze, con un lato oscuro.
Un’altra parte di me pensa che tutto questo è sì importante, ma forse sto facendo da veicolo per dei miti identitari (Stonewall, il movimento gay, la visibilità). Forse sono agìto dal mio “essere gay”, e la liberazione deve essere anche liberazione dalla forma che l’essere gay ha oggi per tutti, a tutte le latitudini.
(…E poi, scusate, ma Gerusalemme dov’è? Non è in Palestina?)
Cristian Lo Iacono* – per Queer for Peace
*[Circolo Maurice Torino – antagonismogay]
